Détail d'une robe rouge portée par une femme assise dans l'herbe

Endometriosi: e se gli interferenti endocrini avessero un ruolo che stiamo appena iniziando a comprendere?

Laboratoire Aimée

Ci sono numeri che, da soli, raccontano un’emergenza silenziosa. Oggi, l'endometriosi colpisce circa il 10% delle donne in età fertile nel mondo, ovvero quasi 190 milioni di persone. Dietro queste statistiche si nascondono percorsi di vita segnati da una profonda erranza medica: in media servono 7 anni per arrivare a una diagnosi. Sette anni di dubbi, dolori banalizzati e interrogativi sull’origine di un male che sembra radicarsi.

Di fronte a questa epidemia invisibile, la scienza non si limita più a gestire i sintomi, ma risale alle cause. Tra queste, un’ipotesi acquista ogni anno più peso: quella del nostro ambiente. E se le sostanze chimiche che ci circondano contribuissero allo sviluppo di questa patologia? Non si tratta qui di fornire una risposta definitiva, ma di guardare con lucidità a piste che la ricerca internazionale prende ormai molto sul serio.

Questo articolo non sostiene che gli interferenti endocrini causino l’endometriosi. Presenta lo stato attuale della ricerca sui legami studiati dalla scienza, così come le scelte che ne derivano nella nostra pratica di formulazione.

 

 

Comprendere l'endometriosi: una malattia sotto influenza ormonale

L'endometriosi è una malattia ginecologica complessa. Si caratterizza per la presenza di tessuti simili all'endometrio (la mucosa uterina) al di fuori della cavità uterina. Queste cellule si trovano sulle ovaie, le tube, il peritoneo e talvolta anche su organi vicini come la vescica o l'intestino.

Il problema risiede nel comportamento di questo tessuto "esiliato": durante ogni ciclo, sotto l'influenza degli ormoni, reagisce esattamente come l'endometrio normale. Si ispessisce, poi sanguina. Ma non avendo alcuna via di uscita verso l'esterno, questi micro-sanguinamenti provocano una infiammazione cronica, aderenze e lesioni interne.

Le conseguenze sono spesso invalidanti: mestruazioni estremamente dolorose, affaticamento cronico e dolori durante i rapporti sessuali. Per molte donne colpite, la lotta riguarda anche la fertilità: nel 30-40% dei casi, l'endometriosi è associata a difficoltà nel concepimento. È quindi ancora più importante approfondire il legame tra interferenti endocrini e fertilità.

Un punto è fondamentale: l’endometriosi è una patologia estro-dipendente; la crescita dell’endometrio è stimolata dagli estrogeni. È proprio questa sensibilità ormonale che pone la malattia al centro del dibattito sulle sostanze chimiche ambientali.

 

 

Endometriosi e interferenti endocrini: cosa esplora oggi la ricerca

 

Una malattia ormonodipendente che interroga l’ambiente 

Se la crescita dell’endometrio è condizionata dagli estrogeni, allora ogni sostanza capace di "imitare" questo ormone diventa un sospetto potenziale nell’insorgenza, nella progressione o nell’aggravamento dell’endometriosi.

È proprio il meccanismo d’azione degli interferenti endocrini: queste sostanze sono in grado di interferire con il sistema ormonale imitando, bloccando o modificando i segnali naturali del corpo. Nel caso dell’endometriosi, una malattia estro-dipendente, questa interferenza solleva una questione centrale: queste esposizioni ambientali possono amplificare i meccanismi già in atto?

 

Cosa dicono oggi gli studi sul legame tra interferenti endocrini e endometriosi

Da diversi anni, la ricerca internazionale si interessa da vicino a questa ipotesi. Una convergenza di studi epidemiologici evidenzia una associazione tra l’esposizione ad alcuni interferenti endocrini — in particolare bisfenoli (BPA), ftalati (come il DEHP), diossine e PCB — e l’endometriosi.

Una revisione pubblicata su Reproductive Toxicology (Sirohi et al., 2022) suggerisce che queste sostanze potrebbero giocare un ruolo nella fisiopatologia della malattia, intervenendo su diverse vie biologiche chiave.

Più recentemente, una sintesi del 2025 (International Journal of Molecular Sciences) conferma questa tendenza: i dati disponibili mostrano una associazione positiva tra i livelli di questi composti nell’organismo e il rischio di endometriosi.

Uno studio caso-controllo pubblicato nel 2024 su Environmental Research, che ha coinvolto più di 500 donne, ha osservato in particolare che livelli urinari elevati di bisfenoli e metaboliti di ftalati erano associati a un rischio aumentato di endometriosi.

Questi risultati non permettono di stabilire una causalità diretta. Tuttavia, mettono in luce una convergenza di indizi scientifici che la ricerca continua a esplorare.

 

 

Meccanismi biologici sempre più documentati

Diversi meccanismi plausibili permettono oggi di capire perché queste sostanze sono oggetto di attenta ricerca:

  • Attività xeno-estrogenica

Alcune molecole agiscono come "impostori ormonali". Si legano ai recettori degli estrogeni e innescano segnali di crescita cellulare inappropriati. Questa stimolazione artificiale potrebbe aumentare l’esposizione estrogenica dei tessuti e favorire lo sviluppo delle lesioni;

  • Stress ossidativo

L’esposizione a inquinanti organici persistenti (come diossine o PCB) provoca uno squilibrio tra radicali liberi e antiossidanti. Questo stress cellulare favorisce un terreno infiammatorio cronico, caratteristico dell’endometriosi;

  • Alterazione del sistema immunitario

Normalmente, il sistema immunitario elimina le cellule endometriali presenti al di fuori dell’utero. Alcune sostanze tossiche potrebbero indebolire questa capacità, permettendo a queste cellule di impiantarsi e persistere;

  • Modifiche epigenetiche

Alcune sostanze possono alterare l’espressione di geni coinvolti nella regolazione ormonale e infiammatoria, senza modificare il DNA stesso. Questi cambiamenti potrebbero contribuire a stabilire in modo duraturo un terreno favorevole alla malattia.

 

 

Una coerenza scientifica, senza certezza assoluta

Presi singolarmente, ciascuno di questi meccanismi è ancora oggetto di studio. Ma insieme, disegnano una coerenza biologica: agendo simultaneamente sugli ormoni, l’infiammazione e l’immunità, i perturbatori endocrini potrebbero creare un ambiente favorevole all’impianto e alla progressione dell’endometriosi.

È questa convergenza di indizi — piuttosto che una prova unica — che oggi porta la comunità scientifica a considerare i fattori ambientali come una pista seria, ancora in fase di esplorazione.

 

 

Dove si incontrano queste sostanze nella vita quotidiana?

L’esposizione ai perturbatori endocrini non deriva da un evento isolato, ma da una presenza diffusa e continua nel nostro ambiente:

  • Alimentazione: tramite pesticidi (organoclorurati) o contenitori di plastica;
  • Abitazione: prodotti per la pulizia, ritardanti di fiamma bromurati o candele a base di paraffina derivata dalla petrolchimica.
  • Igiene e cosmetica: i ftalati sono ancora frequentemente usati come fissativi in gli interferenti endocrini presenti nei profumi convenzionali. È necessaria una particolare attenzione riguardo alle protezioni igieniche industriali a causa dell’alta permeabilità della mucosa vaginale;
  • Ambiente professionale: l'esposizione prolungata sul luogo di lavoro è un fattore di grande attenzione. Uno studio canadese ha evidenziato un rischio aumentato di patologie ginecologiche, tra cui un aumento del 40% del rischio di cancro alle ovaie, tra estetiste e parrucchiere. Questa constatazione riguarda anche l’industria dell’abbigliamento, l’edilizia e l’agricoltura.

La vera sfida per la salute risiede nell’effetto cocktail, cioè l’accumulo di molteplici esposizioni a basse dosi, provenienti da fonti quotidiane diverse. Infatti, ogni fonte, presa isolatamente, può sembrare innocua. Ma siamo esposti a una accumulazione quotidiana di micro-esposizioni. Le soglie di sicurezza sono calcolate sostanza per sostanza, prodotto per prodotto, e non tengono conto dell’esposizione ripetuta, quasi cronica.

Di fronte all’onnipresenza delle fonti e all’inadeguatezza delle soglie regolamentari attuali, l’unica leva d’azione immediata consiste nel ridurre le esposizioni che si controllano direttamente.

Questa constatazione giustifica di aumentare le precauzioni durante la gravidanza, così come per le donne il cui equilibrio ormonale è già fragile a causa di una patologia (endometriosi, PCOS…).

 

 

Il principio di precauzione, una scelta ovvia per Aimée de Mars

Di fronte a questa onnipresenza, quale atteggiamento adottare? Per Valérie Demars, fondatrice del Laboratoire Aimée de Mars, la risposta risiede in una convinzione profonda nata da 30 anni di formulazione.

Il suo percorso testimonia i tempi di reazione delle autorità sanitarie. Ha così potuto osservare la messa in discussione successiva di sostanze (clorfenesina, parabeni, fenossietanolo o PFAS), considerate sicure prima di essere vietate o limitate, spesso 15 anni dopo i primi dubbi. Questa esperienza clinica le ha imposto una constatazione: il "non sapevamo" non può più servire da scusa.

« Il principio di precauzione non significa che siamo perfetti. Significa che quando c'è un dubbio, non si corre il rischio », spiega.

Questa esigenza ha portato al passaggio dal 98% al 100% di origine naturale. Questa scelta, che ha richiesto 5 anni di R&S, illustra perfettamente il nostro manifesto per un profumo che protegge il vivente. Oggi è assolutamente possibile scegliere cosmetici senza interferenti endocrini senza sacrificare il piacere sensoriale. Un concentrato naturale costa dieci volte più del suo equivalente sintetico, ma è un costo aggiuntivo accettato per garantire una cura rispettosa.

 

 

Conclusione

L'endometriosi è una malattia complessa, le cui radici sono sia genetiche che ambientali. I 190 milioni di donne colpite meritano che la questione degli inquinanti venga trattata con trasparenza dalle autorità sanitarie.

Non si tratta di vivere nella paura, ma di adottare un atteggiamento di prudenza. Ridurre la quota di sintetico nella propria casa e privilegiare prodotti sani sono leve che ciascuna può attivare. Scegliendo la cura invece del rischio chimico, non proteggiamo solo la nostra pelle, ma tuteliamo il nostro equilibrio più intimo.

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Fonti

  • OMS (2023) : « Rapporto sull'impatto globale dell'endometriosi. »
  • Sirohi et al., (2022) : « Interferenti endocrini e endometriosi, Reproductive Toxicology. »
  • Environmental Research (2024) : « Studio caso-controllo su bisfenoli e ftalati. »
  • International Journal of Molecular Sciences (2025) : « Svelare il nucleo dell'endometriosi. »
  • Biomedicines (2024) : « Revisione epidemiologica sull'esposizione ai ftalati. »